Avvertenza ai lettori: Avviso fin da subito che questo è un post lungo, molto lungo, a dir poco logorroico, scritto di getto in varie puntate, ricordandomi in ognuna solo vagamente cosa avevo scritto in quelle precedenti e soprattutto senza mai rileggere, come faccio sempre del resto... Mettetevi comodi, mangiate, andate in bagno e poi accingetevi a leggerlo tutto d'un fiato, senza interruzioni. Solo così riuscirete a cavarne qualcosa di utile, almeno credo. Probabilmente è un post totalmente inutile come molti altri, ma almeno per un buon quarto d'ora avrò messo in moto qualche miliardo dei vostri neuroni. Fatto tutto il necessario? Bene, potete cominciare.
Prendo spunto dalla celebre canzone di Marvin Gaye, "What's Going On?" e dal precedente post (MT 14 per chi non l'avesse ancora letto) per dare sfogo ad un pensiero che mi assilla da molto tempo. E che da quel che sento e leggo in giro, non vaga solo per il vuoto cosmico della mia testa, ma anche in quello di altre persone.
Che sta succedendo?
Ovvero: ma è normale che succeda quello che vedo intorno a me?
Non parlo solo della mia vita o di quella di chi mi sta intorno. Parlo proprio del mondo in generale. Le cose cambiano e accadono talmente in fretta che starci dietro è difficile. C'è chi si fa trascinare dalla corrente e ne subisce passivamente le conseguenze, chi ha un atteggiamento stoico e va avanti per la sua strada cercando di fare meno deviazioni possibili e chi invece si pianta lì come uno scoglio e cerca imperterrito di deviare i flutti senza smuoversi di un nanometro dalla sua posizione. E una persona può essere tutte e tre le cose contemporaneamente, a seconda delle situazioni che lo circondano. Sto parlando forse un po' troppo per enigmi, vero?
Per spiegarmi meglio: guardo la TV e vedo che ogni giorno succedono disgrazie di ogni tipo. Morti ammazzati, cartoni animati orribili, disastri naturali, atti di pura malvagità gratuita, Filippo DeMaria (noto lassativo), la pubblicità di un antidiarroico mentre sto cenando, segni di intolleranza razziale e religiosa, esseri vagamente umanoidi con pretese di bella presenza che tentano miseramente di condurre un programma di alto livello culturale... Ce n'è per tutti i gusti, anche per chi ha il gusto dell'orrido. E la domanda che mi scatta automatica è questa: ma è "normale" che sia così? E' veramente questo quello che vogliamo? Non ce l'ho con la TV, sia chiaro, o almeno, non solo con quella. Vedo che quel che mi circonda ora, a 24 anni, non è più quello che mi circondava 5 o 10 anni fa. Facile, il tempo passa, le cose cambiano. Certe cambiano in meglio, altre cambiano decisamente in peggio. Forse è perché ero ancora giovane e inconsapevole e non capivo bene come funzionasse il mondo. Non che ora abbia pretese di saperlo alla perfezione, ma qualche anno di esperienza in più ha sicuramente giovato.
Tralasciando il fatto che definire il concetto di "normalità" è arduo ed estremamente soggettivo, prendiamo per vera l'affermazione che "normale" stia a significare "quello che la maggior parte delle persone considera una cosa naturale e non guarda storto chi rappresenta quegli aspetti".
Ovvero: se lo fanno quasi tutti, è il modo giusto di farlo. Che è una cosa concettualmente sbagliata, fa molto gregge di pecore senza testa, ma 6 miliardi di persone la pensano così.
Mi viene in mente a riguardo una battuta anonima raccolta in "Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano". Recita così: "Mangiate merda! Miliardi di mosche non possono essersi tutte sbagliate...". Quindi, solo perché lo fanno in tanti, non vuol dire che sia la cosa più corretta o più furba. Solamente è quella più diffusa.
Nella mia "normalità", 10 anni fa stavo decidendo per la prima volta cosa fare della mia vita. Circa in questo periodo stavo pensando (si fa per dire) all'esame di licenza media. Ero talmente preoccupato per gli esami che ho passato la settimana tra la fine delle lezioni e la prima prova scritta leggendo fumetti a quintali. Ansia praticamente zero. Sapevo che sarebbero stati una passeggiata perché ero consapevole delle mie capacità. Cosa rara in un 14enne, devo ammetterlo. Era un'età di passaggio importante, una specie di anticamera alla vita "da grande". Dovevo decidere come continuare gli studi, cosa fare una volta raggiunta la maggiore età. A parte che non so ancora come si possa pretendere che un 14enne decida da solo per il resto della sua vita, quando ha avuto una benché misera esperienza della stessa e soprattutto si è rincoglionito da mattina a sera con TV, Pleistèscion e videogame vari (una volta la PS non c'era, ma si giocava tanto a pallone e con le Lego, rincoglionendosi quanto basta). La sua vita la decide chi gli sta attorno: genitori, professori, parenti più o meno stretti. Ma al 90% sono mami e papi che decidono, molto spesso senza nemmeno chiedere al diretto interessato/a cosa abbia intenzione di fare. Alzi la mano chi non ha mai visto o conosciuto un genitore che abbia detto "Mio/a figlio/a da grande farà il medico/l'avvocato/la portinaia/il presidente del consiglio/la ballerina/il presentatore TV". Sono quelli che appena il figlio dice "mamma" sanno che sarà un bravo oratore. E appena dice "cacca" sanno che diventerà proprietario di una ditta di autospurghi. E poi ci sono quei genitori per cui i figli sono 20 anni di punizione per 20 secondi di passione e 20 nanosecondi di disattenzione. Almeno nella loro ottica. Di solito sono quelli con maggiori possibilità di conflitto generazionale. Non che i primi però scherzino... Fare i genitori è uno dei mestieri più difficili del mondo. Ma spesso diventare genitori coincide con il cancellare il ricordo di come si era da "giovani"... E anche crescere è una bella fatica, no?
Tornando qualche passo indietro (la mia solita cattiva abitudine di divagare..), parlavo della scelta dei 14 anni. Su consiglio di molti, ho optato per il Liceo Scientifico. "Sei bravo a scuola, vai a studiare ancora, fai il Liceo" mi dicevano un po' tutti. E a 14 anni, con una personalità e un carattere in via di formazione, mi son lasciato convincere. Cinque anni volati in un soffio. Tanti bei momenti e tanti momenti brutti, soddisfazioni e delusioni, vecchi amici persi, nuovi amici trovati, nuovi amici persi poco dopo e vecchi amici ritrovati dopo tanto. E poi, 5 anni fa, altro momento di scelta. La preparazione scolastica che avevo ricevuto prevedeva la continuazione degli studi. Per cui mi sono iscritto all'Università, come da copione. Quella era l'aspettativa che avevo, questo mi avevano dipinto sarebbe stato il mio futuro: diventa grande, studia, vai all'università, prendi la laurea, trova un lavoro da tanti soldi, fatti una famiglia, goditi tua moglie e i tuoi figli, falli crescere e studiare, diventa vecchio, vai in pensione, muori soddisfatto e fine della storia. E vissero tutti felici, contenti ed ingenui.
E invece, finito il Liceo, PAM! il duro impatto con la realtà. Per me intendo, per altri può essere avvenuto prima o deve ancora succedere. La favola comincia a perdere colpi, il sogno si incrina. Non è tutto rose e fiori come prima, le cose assumono una vera consistenza, non più quella specie di intangibilità onirica dipintami quando ero bambino. Si arranca. Si sbuffa. Si fa fatica. E' sangue, sudore e lacrime. E' pianto e stridore di denti. E se l'impatto è sufficientemente forte, restano ben pochi denti da far stridere.
Durante quell'estate sono piombato di colpo nel mondo vero. E' stato l'effettivo passaggio alla vita "da grande". Dovevo imparare a camminare sulle mie gambe tutto d'un colpo. La "normalità" della vita non era più quella che mi ero immaginato prima. Ho fatto la mia prima stagione, ho lavorato sodo e raggranellato i primi risparmi "veri", non la "paghetta" o qualche lavoretto saltuario. Ci avevo provato anche l'estate precedente, ma era andata male. Finalmente le cose andavano per il verso giusto. Settembre: stagione finita, università alle porte. Altro patatrac. Dopo il primo semestre ho capito che quella non era la mia strada. Quindi ho abbandonato. Dopo un'altra stagione, ero determinato a trovarmi un lavoro fisso. Ho fatto 6 mesi da disoccupato, tra una stagione e l'altra, distribuendo il mio scarno curriculum in giro come fosse un volantino pubblicitario. Nessuna offerta papabile. Neanche con le agenzie di lavoro interinale. Certo, in quei mesi ho conosciuto persone che mi hanno cambiato letteralmente la vita, e chi mi conosce sa a chi mi riferisco, persone grazie alle quali ho trovato un modo di andare avanti. Ma non era sufficiente. Almeno la stagione mi dava qualche soldo da mettere da parte. Perseguivo però ancora l'idea di vita che mi hanno inculcato da bambino. Così, due anni dopo la prima volta, ho riprovato con l'università. Convinto che in un'altra facoltà potesse andare meglio. Convinto che la laurea avrebbe spalancato portoni ovunque. Tutti mi avevano detto così del resto. Era "normale" che un ragazzo al giorno d'oggi prendesse la laurea. Solo gli scemi non ce l'hanno, mi dicevano. Che poi a guardare bene, quelli che sostenevano con più forza l'importanza della laurea erano proprio quelli che non ce l'hanno e mai l'avranno... In pratica "prendila tu almeno, che io non ho potuto...". Bella fregatura.
Anche il secondo tentativo si è rivelato infruttuoso, forse perché non ero più convinto così tanto nemmeno io. Tagliando corto ora, dopo aver rivelato tante cose che interessano a ben poca gente, circa un anno e mezzo fa ho avuto l'evento che ha finalmente dato un senso alla mia vita. Ho trovato un lavoro. A tempo indeterminato. Una perla in questo periodo. Ecco che il mio concetto di "normalità" andava a farsi un giro. Per un mio coetaneo ora la "normalità" è laurearsi, spesso a fatica e fuori corso, poi trovare un posto precario. Fare lavoretti saltuari di 3-6 mesi. "Missioni" le chiamano. Neanche fosse una guerra per arrivare alla pensione. Chi ha gli agganci entra nei posti al top, gli altri si arrangiano come possono. O c'è il papi che li spinge avanti e li mantiene fino a che resta sufficientemente lucido e non viene parcheggiato in un ospizio. C'è anche chi invece si accorge che la laurea tanto osannata è in realtà un pezzo di carta che fa solo bella figura se incorniciato in camera. E si tira su le maniche, cercando di far fruttare le conoscenze acquisite con profumati pagamenti agli atenei.
Anche solo 20 anni fa non funzionava così. C'erano altri dubbi e altre sicurezze. I sogni erano diversi, alcuni più realizzabili di ora. Ora è pressoché impossibile fare come la generazione dei miei genitori, ovvero una volta preso il diploma trovare un lavoro sicuro, metter su famiglia, accendere un mutuo per la casa e raggiungere la semi-stabilità economica tutto prima dei 30 anni. Ora a 30 anni, se tutto va bene, abbiamo da parte i soldi per comprare la macchina nuova. Ma tanto ce la regala il papi, no? I soldi servono per le serate in disco... Gli intraprendenti si aprono il loro negozio, la loro attività, non perché sia necessariamente quello che hanno sempre sognato, ma perché hanno capito che se si vuole avere qualcosa, bisogna farsi il didietro a cubo. E con i sacrifici ce l'hanno qualche bella soddisfazione. Io sono entrato in questa mentalità. Lavoro per vivere sereno, per fare una famiglia, per dare un futuro ai miei futuri figli. E' il sogno di tutti o quasi del resto. A farla grande, potrebbe essere assimilabile allo scopo della vita. Perpetuare la specie. A che pro? Mistero. Forse potrebbe essere l'unica cosa definibile "normale" in tutto ciò che succede al mondo. Oppure è possibile considerare "normale" che le cose cambino, per cui si arriva a non stupirsi più di nulla. Provate a confrontare la vostra "normalità" quotidiana, quello che fate tutti i giorni o comunque abbastanza spesso, con quella che è la quotidianità dei vostri genitori o dei vostri figli. O con quella del vostro vicino di casa. Ci sono 6 miliardi di "normalità" diverse, una per ogni essere vivente sulla Terra. E ognuna di queste è allo stesso tempo giusta e sbagliata.
Dove voglio arrivare con questo post? Non lo so. Quando ho cominciato a scriverlo avevo un'idea un po' confusa che speravo si chiarisse strada facendo, vedendo dove mi portava il discorso. Per voi magari è normale vedere una conclusione in ogni cosa che leggete. Per me è normale invece esprimere la mia opinione, solo per sollevare altre domande. Non è necessario avere tutte le risposte complete. Basta anche qualche pezzo di puzzle per avere un'idea più o meno vaga di cosa andrà a raffigurare. Io ho messo la mia manciata di pezzetti per oggi. Datemi una mano voi a completare il quadro. E ricordatevi che manca la figura di riferimento...
In attesa di altri contributi, recupero il vecchio slogan "meditate gente, meditate", che fa sempre il suo effetto...
JD